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Nella Repubblica Popolare Cinese 🇨🇳 viene introdotta l’Intelligenza Artificiale come supporto alla didattica nelle scuole.
L’esperimento traccia un percorso che potrebbe ridefinire i prossimi due secoli di rapporto tra essere umano e macchina, proponendosi come apripista globale per le sfide dell’uomo nuovo, in una modifica antropologico-culturale che io definisco Homo Sapiens cyberneticus.
In Cina, la trasformazione del sistema educativo è in piena accelerazione: dall’anno 2025 l’I.A. sarà integrata nei programmi scolastici, anche a partire dai sei anni di età. →China Media Project+4TheBrewNews.com+4eWeek+4
L’obiettivo dichiarato? Semplice e inequivocabile: «rendere competitivi i docenti e gli studenti nell’innovazione» . →Reuters+1
Il motivo vero? Forse la volontà della superpotenza asiatica di diventare leader nell’ibridazione uomo-macchina, la prossima frontiera della civiltà.
È una visione che fa della scuola non solo un luogo di apprendimento, ma un laboratorio di una nuova alleanza tra intelligenza biologica e intelligenza digitale.
Sarà troppo?
Nei programmi sperimentali, gli studenti delle scuole elementari cominciano con concetti base di IA, i ragazzi delle medie esplorano le applicazioni della IA nella vita quotidiana, e gli alunni delle superiori affrontano progetti di innovazione e creazione. →Business Insider
A mio avviso, questo è solo il preludio. La stanno toccando piano, per il momento. Se conosciamo il profondo orgoglio patriottico cinese, la loro competitività e – direi soprattutto, la loro straordinaria capacità di realizzare l’impossibile, allora il mondo intero dovrà adattarsi.
Più di quanto si adattò con l’uso dell’energia elettrica. Più della rivoluzione industriale. Più del digitale. Più dell’oro.
È stato l’insigne politologo e sociologo italiano Giovanni Sartori, già nel lontano 1997, a parlare di Homo Videns come modifica antropologico-culturale del rapporto Uomo-società. Ebbene, la sua visione è semplicemente pionieristica. Vide la stranezza insita nel digitale – nella velocità della luce come elemento finora mai stato presente nell’alchemico matrimonio tra l’umano e l’universo.
L’Homo cyberneticus è solo un altro nome per indicare l’aumento della velocità di adattamento dell’Uomo e dei suoi pensieri – a ciò che lui stesso chiama vita.
Ma perché questo nome: Cibernetico?
Deriva dal greco arcaico, comparendo nei poemi omerici: κυβερνήτης (kybernḗtēs), che significa “pilota”, “timoniere”, “conduttore della nave”. Le navi divine che Alcinoo, re dei Feaci e padre di Nausicaa, donò a Odisseo per il suo ritorno a casa, erano speciali: potevano viaggiare sopra e sotto l’acqua, conoscevano la rotta e si muovevano da sole, senza timoniere – a proposito, si pronuncia
🗯️ kʸu-ber-NÈÈ-tèès
La forza accentuale cade su -nɛː-, la penultima e lunga. E kʸu = kü, con le labbra arrotondate.
Fu Norbert Wiener nel ’48 a coniare il moderno cibernetica, per indicare la “scienza del controllo e della comunicazione negli esseri viventi e nelle macchine”.
Se si parla di ibridazione, il termine “cibernetico” esprime perfettamente la comunicazione tra uomo e macchina ad un livello di interconnessione e interdipendenza (controllo reciproco).
Come mai prima nella Storia.
Perché ho detto “per i prossimi duecento anni?” Non è una cifra casuale. È una stima spannometrica basata sulle due precedenti leadership mondiali: il Regno Unito del 1800 e gli Stati Uniti del 2000.
Entrambi leader militari della loro epoca, entrambi pionieri di rivoluzioni tecnologiche che hanno plasmato la società contemporanea: la rivoluzione industriale della macchina, la rivoluzione virtuale del computer. Entrambi hanno posto un quesito all’umano, interrogandone la natura stessa come moderni oracoli di Delfi (vedi l’articolo Homo Rerum).
Ora è il momento del compagno asiatico: generazioni di ragazzi cresciute fin dall’infanzia con IA, abituate a collaborare con sistemi intelligenti, a “pensare insieme” alle macchine.
Ebbene, ci siamo già → search_googe: “Smartphone in mano ai bambini”
Questa familiarità diventa un vantaggio strategico enorme in campi come robotica, biotecnologia, interfacce cervello-computer, infrastrutture digitali su larga scala.
In questo scenario, la Cina non solo domina la produzione di IA, ma diventa anche il laboratorio antropologico del nuovo umano: umano aumentato, connesso, forse già parte-macchina.
Facciamo qualche esempio.
WhoFi è un sistema di «person re-identification» che sfrutta le distorsioni del segnale Wi-Fi (come il nostro router domestico) per riconoscere individui senza l’uso videocamere né dispositivi di tracciamento indossati: prende letteralmente dati fisici dal canale radio (Channel State Information, CSI) e li manda a una rete di machine-learning centrale. Qui, l’intelligenza artificiale apprende le «impronte biometriche» come respirazione, andatura (gait), postura e modulazioni corporee. Dopodiché, i nostri dati possono essere inviati ad un database, pubblico o addirittura privato; confrontando questi dati in memoria con quelli ambientali, è possibile risalire alla nostra identità. I ricercatori che l’hanno presentato mostrano che, in condizioni di laboratorio, il sistema raggiunge livelli di accuratezza molto alti (>95% nell’identificazione della persona). In altre parole, dove legalizzato, le autorità potranno sapere dove siamo e quando, usando semplicemente il modem che abbiamo a pochi metri di distanza.
Se questo non sollevasse già enormi problemi in materia di tutela della privacy nel caso delle istituzioni, cosa accadrebbe se questa tecnologia finisse nelle mani di società private, magari giganti multinazionali che controllano in mano enormi flussi di dati privati? Pensiamo ai social: alle ingerenze che questi strumenti hanno sullo stile di vita, orientamento politico, orientamento di spesa. Ma ci sono scenari ben peggiori, di gran lunga peggiori, che si dispiegano davanti ai nostri occhi.
Una connessione passivamente subita, una connessione senza limiti. Scenari che ancora non siamo in grado di immaginare pienamente, perché i nostri codici interpretativi nascono nella nostra era, esattamente come cento anni fa, quando nessuno avvertiva le inquietudini della digitalizzazione come fu all’alba del terzo millennio; nessuno si interrogava sulla sovrapposizione tra reale e virtuale… o dell’alienazione da abuso di smartphone – la prima, vera protesi omocompatibile.
Già oggi l’intelligenza artificiale agisce come protesi cognitiva: memoria esterna, calcolo, suggerimento, previsione, riscrittura, perfino intuizione simulata.
Secondo la “Extended Mind Theory” (Clark & Chalmers, 1998), quando un processo esterno diventa indispensabile e trasparente nel nostro pensare, esso diventa parte del sistema cognitivo. Prima di Whatsapp e Telegram, di Facebook e TikTok, ci si dava appuntamento per telefono a linea fissa o di persona. Pensiamo ai meeting di lavoro su piattaforme di co-working.
Il risultato: una mente distribuita, dove il cervello umano e le reti digitali formano un unico sistema di pensiero ibrido.
Quali sono gli effetti positivi e negativi?
L’apprendimento è accelerato, ma la memoria è ridotta: ci affidiamo più al richiamo esterno che alla sua interiorizzazione.
Le decisioni sono più veloci, ma meno riflessive: deleghiamo la complessità all’algoritmo.
La conoscenza è orizzontale, ampia ma superficiale.
Inoltre, assistiamo ad un progressivo e inesorabile processo di frammentazione del pensiero. L’attenzione non dura più di una manciata di secondi, mentre informazioni scollegate si affastellano al ritmo di uno scroll verso l’alto.
ALLERTA SPOILER: La metavisione di Zuckerberg sta fallendo e fallirà, perché l’essere umano non vuole alienarsi in un mondo di fantasia, ma essere più interconnesso con gli altri, non importa se per attivismo politico o per un selfie: la divisione “Reality Labs” (metaverso/AR/VR) è molto costosa. Il settore che si occupa di realtà virtuale/aumentata, hardware metaverso (visori, occhiali smart) registra perdite significative. Nel Q3 2025 la perdita operativa è stata circa 4,432 mld$ → Fonte: Meta
Complessivamente, le perdite accumulate da questa divisione superano i 70 miliardi di dollari. Il motivo è semplice: la macchina non è in funzione dell’uomo, ma l’uomo è sempre più in funzione della macchina — e di chi ne ricava profitto, o lo ricaverebbe, per fortuna! Se fosse per le mire di deprecabile avidità del caro, vecchio Zuck, saremmo tutti ipnotizzati da un visore in testa 24h/7 che ci farebbe volare nel mondo di Alice nel Paese delle Meraviglie, invece che restare qui, sulla Terra.
Il sogno del metaverso si rivela così per ciò che è: un tentativo di sostituire l’esperienza reale con un’illusione controllata. Ma la vera sfida del futuro non sarà costruire un mondo alternativo, bensì mantenere umano il mondo che abbiamo.
Le IA generative (testo, immagine, musica) stanno ridefinendo la creatività come co-creazione tra uomo e macchina.
Non siamo più soli nell’atto creativo: che sia un’immagine, un video, un articolo di giornale, la macchina risponde ai nostri stimoli, fornendo spunti, varianti, nuove prospettive. Per esempio, per la creazione di questo articolo e altri, già mi aiuto con il mio cibernetico ChatGPT: ricerche, correzione del testo, verifica delle fonti, generazione delle immagini, riformulazione di frasi e paragrafi. Se non lo avessi usato, la qualità dei miei scritti sarebbe certamente stata inferiore.
Potenziali effetti positivi:
Espansione dell’immaginazione: l’AI mostra combinazioni che la mente umana non avrebbe esplorato.
Rischi:
Omologazione estetica: se tutti usano gli stessi modelli, la diversità stilistica collassa.
Atrofia del gesto creativo: la generazione automatica riduce il valore dell’impegno, dell’errore e della scoperta.
L’uso dell’AI nell’educazione (come in Cina) apre un’era di personalizzazione radicale: ogni studente avrà un tutor digitale che adatta ritmo, contenuti e difficoltà al suo profilo cognitivo.
Vantaggi:
Didattica adattiva: ogni mente ha un percorso su misura.
Feedback immediato e continuo sui progressi, le criticità, gli obiettivi strategici
Accesso universale al sapere, anche nei contesti più poveri.
Possibili svantaggi:
Perdita della lentezza cognitiva: il tempo dell’apprendimento diventa un fastidio.
Uniformazione dei processi mentali: l’AI modella lo studente, invece che il contrario.
Come ogni avanzamento tecnologico che, nella Storia, si è imposto per forza di progresso, anche una didattica cibernetica si imporrà su modelli di insegnamento esclusivamente umani. Occhio allo short di seguito, è una sintesi esemplare delle contraddizioni di una didattica inutilmente costosa.
Dai chatbot empatici agli assistenti virtuali “compagni”, la prossima frontiera è l’intimità artificiale.
Come nel film Her (2013), l’essere umano rischia di instaurare un legame profondo con un’entità sintetica, che replica linguaggi emotivi e schemi di cura.
Tre implicazioni fondamentali:
Educazione sentimentale diversa: per esempio, impariamo a relazionarci con chi non sbaglia mai – oppure ammette i propri sbagli con serenità
Sostituzione dell’empatia con la simulazione dell’empatia; i nostri sfoghi di rabbia o disprezzo non hanno alcuna conseguenza sulla relazione
Rischio di narcisismo relazionale: si preferisce chi risponde come vogliamo, non come è.
Le ricerche di Neuralink e di gruppi cinesi e coreani puntano a creare interfacce cervello-macchina (BMI, Brain-Machine Interfaces) capaci di leggere e scrivere dati nel cervello.
Siamo all’alba dell’interconnessione diretta tra pensiero e codice.
Quali potenzialità positive?
Cura di disabilità, accesso al linguaggio per chi non parla, estensione sensoriale.
Possibilità di “scaricare” o “caricare” abilità cognitive.
Quali sfide o rischi?
Definizione di sé: dove finisce l’uomo e inizia la macchina?
Chi controlla i dati mentali?
L’identità diventa un algoritmo neuro-digitale condiviso?
Queste e altre domande anticipano un discorso più radicale, il dibattito sul trans-umano: il confine tra uomo e macchina. Questa sincronia tra vivente e non-vivente viene affrontata in modo molto lucido da Harari; per esempio, in Homo Deus, l’autore ipotizza che – attraverso potenziamenti biologici, ingegneria genetica e interfacce neurali, nel tentativo di “diventare divino” – l’uomo rischi paradossalmente di disumanizzarsi (vedi l’articolo Homo Rerum).
Con l’emergere sempre più invasivo del “dataismo”, l’essere umano è solo un nodo in una rete di elaborazione dati — e la sua dignità non deriva più dall’anima o dalla coscienza, ma dalla capacità di contribuire al sistema informativo globale. Si tratta esattamente del futuro distopico che ci vede schiavi, controllati, dove la persona è un altro “brick in the wall”, questa volta digitale.
La Cina sarà il paese leader del prossimo bicentenario, la testa d’ariete delle sfide globali; in particolare, affronterà in prima linea il problema della oggettificazione dell’uomo. Nelle due immagini qui sotto, vediamo una classe di bambini con un dispositivo che trasmette dati in tempo reale sullo stato di concentrazione, e questi dati sono inviati al docente e ai genitori. Per quato apparentemente utile, è un approccio che dimentica completamente la dignità e la libertà dei bambini, riducendoli a oggetto, riducendoli a essere sempre più produttivi. A cosa si sta rinunciando?
Nell’immagine qui sotto, le potenzialità del riconoscimento facciale per la sicurezza sono indiscusse. Per qualunque agenzia di intelligence, servizio di pubblica sicurezza, o persino vigilanza privata, è un mezzo estremamente potente. Pregiudicati, terroristi, latitanti: se non possono agire indisturbati, le loro azioni si limitano notevolmente. Ma cosa dire di dissidenti politici? Esponenti istituzionali non gradite ai governi, bersagli facili per chi possiede queste informazioni. Nella Repubblica Popolare, la sicurezza personale ha raggiunto livelli notevoli, decostruendo il concetto occidentale di libertà individuale come massimo esempio di civiltà, a favore di un controllo più rigido dei comportamenti criminali. Il dilemma, a questo punto, si riduce alle domande evergreen:
SPOILER: No, mai. Altrimenti non sarebbe potere.
In conclusione: il futuro ci prospetta la sfida tra l’avanzamento tecnologico applicato all’essere umano, per potenziarne le capacità e la sua possibile auto-schiavitù oggettificante. Il flop del Metaverso del nostro Zuck ci dà uno spaccato emblematico (e ottimista) a tal proposito.
In tutti gli ambiti che abbiamo visto finora, si dispiegavano pro e contro, sfide e vantaggi: la connessione senza limiti, l’ibridazione cognitiva, creativa, didattica, emotiva e neurobiologica; quando l’uomo è in funzione della macchina – e di chi la usa per il suo guadagno o vantaggio – il piano fallisce e fallirà sempre.
La nostra coscienza può anche essere minacciata, ma esiste e si ribellerà inevitabilmente alla sua oggettificazione. Da psicologo, so che non si può cambiare chi non vuole farlo, che sia uomo o macchina. Invece, nuove affascinanti sfide si aprono per l’Homo cyberneticus quando è la macchina in funzione dell’uomo. Quando non prova ad alterarne la natura e le inclinazioni con un visore “a testa di mosca” sulla faccia, quando non lo tratta da ingranaggio, ma gli permette di ampliare le sue potenzialità, di toccare nuovi umani orizzonti, di conoscere: il mondo, il futuro… e sé stesso.
Siate ottimisti e fiduciosi.
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