Metafisica della Ludopatia

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Da un articolo del 13 Ottobre firmato da Matteo Gracis su L’Indipendente, emerge un ritratto emblematico della società italiana nel suo rapporto con il gioco d’azzardo patologico o “ludopatia”. Nell’articolo, si riporta che la spesa di noi italiani per il gioco sarebbe maggiore, in termini di spesa complessiva, dei beni alimentari, al primo posto in Unione Europea per quantità di denaro perso alle scommesse.

Perché? Forse perché non viene combattuta con buone normative anti-dipendenza, visto il monumentale flusso di entrate annuali che lo Stato percepisce – equivalente a circa un’intera manovra finanziaria.

Ma questo non basta a rintracciare le cause culturali del fenomeno. È possibile, infatti, che il gioco d’azzardo patologico sia una distorsione del sentimento religioso?

Link all’articolo → https://www.matteogracis.it/gioco-dazzardo-piaga-e-truffa-di-stato/

🍀 La fede laica

La mia ipotesi è che dietro il gesto semplice di grattare un biglietto o affidarsi ad un numero fortunato, fino a ridursi sul lastrico, si nasconda qualcosa di molto più profondo della mera speranza di vincere. 
 
Possiamo attribuire parte della responsabilità alle condizioni socio-economiche del Paese, al continuo ribasso della qualità della vita. L’Italia, nel confronto con il contesto europeo di riferimento, appare oggi più fragile: il suo trend di sviluppo è incerto e poco incoraggiante. 
 
Quindi, piuttosto che cercare le cause, cerchiamo alcune ragioni. Non l’origine, ma un’ampia visione sui processi. Consideriamo l’impronta profonda di secoli di tradizione religiosa, che in Italia ha avuto il suo centro nevralgico, esercitando un’influenza decisiva sulla mentalità collettiva. Pensiamo, in particolare, ai concetti di preghiera e miracolo. 
 
Piccola premessa
A scanso di equivoci, questo non è un articolo anticlericale o antifideistico. Intanto perché nel 2025, prendersela ancora con le ipocrisie, le contraddizioni e i crimini della Chiesa cattolica è demodé. L’istituzione religiosa ha ombre e scheletri nell’armadio come qualunque altra associazione fatta di persone, ad ogni latitudine e in ogni epoca. Le guerre di religione, i soprusi, le censure, non sono un’esclusiva del Vaticano. La fede è preziosa e chi ce l’ha deve coltivarla percorrendo qualunque strada risuoni al ritmo della sua sensibilità. In chiesa, in moschea, a casa.
 
Inoltre, l’istituzione religiosa di per sé, essendo un organismo sociale terreno, umano, è così limitato che non si può chiamare la stessa Metafisica a rispondere di questi limiti. La critica severa è giusta e obbligatoria, l’odio meno: quello racconta più di chi odia, non dell’odiato – racconta di una forma perversa di amore richiesto e non dato, preteso battendo i pugni sul banco da chi per primo viene rifiutato. Come chi è omosessuale oppure ha sofferto, che rifiuta l’istituzione perché questa per prima rifiuta ingiustamente costui – che pensa così di rinnegare la trascendenza stessa, ingannandosi.
 
Infine, quale ipocrisia è più grande, di quella che cerca nella cutura religiosa di un popolo la colpa dei suoi mali, se è proprio quel popolo a plasmare l’istituzione stessa.
Se c’è un problema, siamo noi i responsabili, davanti e dietro l’altare.

A ben riflettere, preghiera e miracolo sono gli stessi due elementi che sorreggono la speranza nella vincita d’azzardo: la richiesta di un intervento superiore e l’attesa di un evento salvifico che sovverta il corso naturale delle cose.

Che sia organizzato in religione o almeno vissuto nell’intimità personale, il deperimento dell’anelito al sacro nella società del consumo ha contribuito a rendere il gioco d’azzardo la preghiera laica del nostro tempo: un modo per chiedere aiuto a un potere invisibile, impersonale e capriccioso, nella speranza di una grazia che cambi la vita.

Il gioco patologico non è solo tentare la fortuna: è chiedere un soccorso. È un atto di regressione spirituale verso il bambino interiore che invoca protezione. Il giocatore “gratta il biglietto” con una valenza quasi rituale, come evoluzione secolarizzata della preghiera: chiede fortuna ma, non trovando più Dio nel cielo, cerca il miracolo in un cartoncino colorato di bugie.
Per questo motivo – o anche per questo motivo – noi italiani abbiamo una passione tossica per il gioco d’azzardo: abbiamo trasformato il contenuto da sacro a profano, conservando la forma di un rituale svuotato.
 
La fede deve essere nutrita dalla spiritualità, dall’indagine metafisica: se alla base della preghiera e del miracolo non c’è una maturità della coscienza, questi riti sono soltanto l’eco di una fede immatura che confonde il dono con il premio, la Grazia con la Vincita. Confonde il Benessere con la Beatitudine, il Godereccio con il Gaudio. Questa confusione è la cartina di tornasole del perché il popolo fondatore della più grande religione al mondo è anche uno tra i più superstiziosi, quando la superstizione stessa è l’esatta negazione di ogni forma di consapevolezza del trascendente.
 
È paura del mistero del Cosmo. È fede senza un vero spirito – e per coltivare quest’ultimo, l’unico tempio necessario è quello interiore.

🎲 Gioco a somma zero: uno vince e gli altri perdono

Ma gli italiani – giardino architettonico della spiritualità occidentale – lo hanno mai davvero coltivato lo spirito? Che qualità etiche abbiamo, come singoli e come collettività? In cosa abbiamo creduto e in cosa crediamo?

Quanti di noi hanno chiesto, ai nostri cari defunti che ci appaiono in sogno, qualche “numero” da giocare l’indomani mattina alla lotteria nazionale? Soffermiamoci un attimo su questo, perché io lo trovo – o almeno ho imparato a considerarlo – dolcemente aberrante. Dolcemente, perché c’è una tenera grazia nel desiderio di tutti noi che abbiamo chiesto un miracolo ultraterreno per un benessere terreno – è tenero, è buono, è comprensibile; aberrante, perché questa funzione sarebbe l’ultimo epitaffio di ogni autentica briciola di trascendenza. 

La nostra Fisica ha appena sfiorato quel velluto di cui è tessuto il Velo che separa vita e morte, riconoscendo alla coscienza –  o psichicoun ruolo fondativo della realtà stessa. La realtà osservata è creata dalla coscienza dell’osservatore e gli effetti sono misurabili; infinitesimali, quantistici, ma reali. Ciò che chiamiamo coscienza non è un epifenomeno del cervello, ma racchiude in sé arcani – per ora – insondabili. Per questo, il valore dello spirito – o della coscienza, di qualunque fede o confessione – lo si vede quando deve affrontare la paura: della morte, del dolore, della perdita. La paura è il sintomo della debolezza della spiritualità.

Noi italiani – più di altri popoli, a quanto pare – siamo indotti a chiedere al trascendente la fortuna immanente come se fosse la cosa più normale del mondo; ma i nostri cari defunti ci ignorano tutti, una volta superata la soglia? Si dimenticano di noi quaggiù, quando chiediamo anche solo un piccolo aiuto finanziario, oppure siamo noi che ignoriamo a cosa serva davvero, eventualmente, l’abbondanza materiale quando arriva?

Come se tutti i ricchi dovessero andare per forza all’inferno e tutti i poveri in paradiso. Se l’invidia è la sofferenza per una mancanza, sarà forse l’invidia metafisica a nutrire e giustificare quella sociale? Non c’è bisogno di essere francescani. Andiamo un po’ oltre. Chiediamoci perché veniamo ignorati quando la richiesta è di essere Alibaba. Non sarà che l’egoismo e l’arroganza di chiedere per sé, si misurano un tanto al chilo, quaggiù all’altezza dello stivale?

ALLERTA SPOILER: La valuta di corso forzoso, nell’economia dell’anima, non è la stessa di quella terrena.

Tuttavia, ammettiamo che io chieda, ad un mio caro trapassato, di vincere alla lotteria come fanno in tanti. Ma non sarà un po’ troppo chiedere alle forze ultraterrene di scegliere me, ignorando – e chiedendogli di ignorare tutti gli altri che, come me, aspettano esattamente la stessa fortuna? Chi sono io per essere miracolato fra tutti i richiedenti miracolo?

Da quando la Grazia è diventata un gioco a somma zero? Se fosse così, sarebbe un bel rompicapo stabilire chi è il vincitore, visto che, a quanto mi sembra, noi italiani siamo un popolo dove ognuno è il più furbo di tutti. Che spende più nell’azzardo che nel cibo, non perché abbiamo compreso che non di solo pane vive l’uomo – ma perché ci si accontenta della falsa promessa di ogni estrazione vincente, se quella promessa ci dava la flebile speranza di fottere tutti gli altri, per saziare di becero arrivismo la nostra vile e banditesca fame di miracoli.

Quanto tempo dura l’armistizio quando, in chiesa, quei fratelli si scambiano un segno di pace? Cosa stringe nel pugno, l’altra mano nascosta dietro la schiena, mentre la prima stringe quella del prossimo?

Perché dietro quel furtivo grattare con la monetina, di soppiatto, al buio in un angolo della via, a tu per tu con il tizio barbuto che comanda, si può nascondere sì una legittima speranza di trovare la fortuna… ma quando ci si indebita, quando si perde tutto al gioco, fino a perdere sé stessi, forse non era la promessa del benessere a spingerci, ma il bisogno di una conferma: forse nascondiamo proprio a noi stessi un’infantile credenza patologica e infondata di essere sempre stati il cucciolo più bello della cucciolata – che sente di meritare la Beatitudine del 777 alla slot sotto casa. Non ci vogliamo stare che non sia così. Non ci vogliamo credere che non siamo speciali.

Poi, la realtà ci prende a schiaffoni con gli stessi cartoncini smangiati, diamo una categoria diagnostica alla malattia e diamo la colpa alle istituzioni – o al cielo.

Non sarà troppo italiano chiedere ai miei defunti di intercedere presso il “Grande Capo” per farmi saltare la fila? Come se i miei defunti avessero amicizie più in alto dei defunti degli altri – come se anche il Principio Significante che move il sole e l’altre stelle, in fondo, fosse italiano pure lui.

Prima di concludere, una domanda. La Divina Commedia è l’esempio più alto della poesia mondiale, quasi tutti noi ricordiamo come inizia. Ci ricordiamo di Paolo e Francesca, di Caronte – l’inferno lo ricordiamo bene, magari anche un po’ di purgatorio, e poi Beatrice. Quanti di noi, però, hanno letto la fine della divina commedia? Alziamo la mano.

Ebbene, se il canale tra il qui e l’oltre non fosse completamente chiuso, blindato e unidirezionale? Se l’Estasi cristiana, la meditazione, l’ipnosi, il Nirvana, l’Illuminazione e la Santità, se il Samādhi dello yoga, il Satori zen, il Wu Wei taoista, il Manitu dei nativi americani o la trance sciamanica, la catabasi greca e poi l’ubuntu africano, il Mana polinesiano, l’estasi orfica e potrei andare avanti un quarto d’ora, non fossero mere invenzioni terrene apotropaiche, ma gli stessi spiragli di luce quantistica, lasciati filtrare da quel Satori del monaco zen o da quell’altra rivelazione dello sciamano artico – nello sventolio del Velo che ondeggia al soffio della stessa Bellezza? Se anche l’arte avesse testimoniato le medesime qualità cromatiche di quello sfarfallio e non solo chi ha vissuto un’esperienza di pre-morte o NDE (Near-death experience)?

Prendete la Divina Commedia, quella che avete da qualche parte sugli scaffali — oppure leggetela qui. Andate alla fine: Paradiso, canto ventriteesimo. Tralasciando l’ultimo versetto, contate dieci terzine. Partite da lì. PS: la quintultima terzina è la chiave.
Quando leggerete ciò che Dante vede nel momento in cui incontra l’Assoluto, sarà chiaro perché, quando si studiava a scuola, non si arrivava mai davvero in fondo. Peccato, è pure scritto in italiano.

Quando si dice: ama il prossimo tuo come te stesso, siamo sicuri di non aver dimenticato la prima parte della frase?

È spirito di fratellanza, cercare di saltare la fila? Cercare di “passare avanti” anche a chi sta in coda perché manca della salute, non dei milioni? La sua e dei suoi famigliari. A chi non ha il coraggio di accettare la durissima lezione della malattia e della sofferenza… quando noi non abbiamo la gratitudine di accettare quello che già abbiamo?

Abbiamo la maturità di non suonare il clacson, appena l’automobilista davanti a noi commette un errore, solo per farglielo notare, solo per cercare inutilmente di convincere noi stessi di essere migliori di lui?

SPOILER: No, perché in Italia il clacson non si suona solo per correggere ipocritamente gli errori del prossimo, ma perché questo non sta commettendo quelle infrazioni del codice della strada che commettiamo noi, e ci sentiamo stupidi a delinquere da soli.

È spirito, chiedere il miracolo della carne senza prima aver compreso né la carne né lo spirito, oppure è semplice turismo dello spirito? Un turismo senza tempo.

Accompagno le persone nel loro percorso di benessere, offrendo strumenti e strategie per comprendere e superare le difficoltà. 

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