Prima di concludere, una domanda. La Divina Commedia è l’esempio più alto della poesia mondiale, quasi tutti noi ricordiamo come inizia. Ci ricordiamo di Paolo e Francesca, di Caronte – l’inferno lo ricordiamo bene, magari anche un po’ di purgatorio, e poi Beatrice. Quanti di noi, però, hanno letto la fine della divina commedia? Alziamo la mano.
Ebbene, se il canale tra il qui e l’oltre non fosse completamente chiuso, blindato e unidirezionale? Se l’Estasi cristiana, la meditazione, l’ipnosi, il Nirvana, l’Illuminazione e la Santità, se il Samādhi dello yoga, il Satori zen, il Wu Wei taoista, il Manitu dei nativi americani o la trance sciamanica, la catabasi greca e poi l’ubuntu africano, il Mana polinesiano, l’estasi orfica e potrei andare avanti un quarto d’ora, non fossero mere invenzioni terrene apotropaiche, ma gli stessi spiragli di luce quantistica, lasciati filtrare da quel Satori del monaco zen o da quell’altra rivelazione dello sciamano artico – nello sventolio del Velo che ondeggia al soffio della stessa Bellezza? Se anche l’arte avesse testimoniato le medesime qualità cromatiche di quello sfarfallio e non solo chi ha vissuto un’esperienza di pre-morte o NDE (Near-death experience)?
Prendete la Divina Commedia, quella che avete da qualche parte sugli scaffali — oppure leggetela qui. Andate alla fine: Paradiso, canto ventriteesimo. Tralasciando l’ultimo versetto, contate dieci terzine. Partite da lì. PS: la quintultima terzina è la chiave.
Quando leggerete ciò che Dante vede nel momento in cui incontra l’Assoluto, sarà chiaro perché, quando si studiava a scuola, non si arrivava mai davvero in fondo. Peccato, è pure scritto in italiano.
Quando si dice: ama il prossimo tuo come te stesso, siamo sicuri di non aver dimenticato la prima parte della frase?
È spirito di fratellanza, cercare di saltare la fila? Cercare di “passare avanti” anche a chi sta in coda perché manca della salute, non dei milioni? La sua e dei suoi famigliari. A chi non ha il coraggio di accettare la durissima lezione della malattia e della sofferenza… quando noi non abbiamo la gratitudine di accettare quello che già abbiamo?
Abbiamo la maturità di non suonare il clacson, appena l’automobilista davanti a noi commette un errore, solo per farglielo notare, solo per cercare inutilmente di convincere noi stessi di essere migliori di lui?
SPOILER: No, perché in Italia il clacson non si suona solo per correggere ipocritamente gli errori del prossimo, ma perché questo non sta commettendo quelle infrazioni del codice della strada che commettiamo noi, e ci sentiamo stupidi a delinquere da soli.
È spirito, chiedere il miracolo della carne senza prima aver compreso né la carne né lo spirito, oppure è semplice turismo dello spirito? Un turismo senza tempo.