Bellissima all’apparir
e di matita firmar la Storia
sull’incantevole pendìo che all’omini canta gesta d’illusoria
e di roventi bramori àl vestir soave quell’algida vanagloria.
Lì, già finiva lo specchiarvis’in civettuole ciglia che aggrada
ove d’ingiusto piglio Norma Jeane di bello riflesso lo ridava
e là, quale fierezza d’onor vi mancava!
Di giovinetta l’occhi saziava.
«Vecchio trucco sa giocar di vecchia maniera.
Son tutti pronti a deliziare col trucco fino;
al trucco levar levano pure l’inchino!»
era l’ode d’un canto mesto e gioventù in declino.
«Sei dolce, oh inganno, com’è dolce la sera
all’uomo ingannar t’inganni già d’un pochino.
Se al cuor non lo vinci, è gir di gioco meschino.
S’è mia l’ombra vera, la notte sia gemma nera».
Al duro pizzicar d’irriso la diva si lietava di sorriso
d’irradiar di viso che s’ancor indulgente disponeva
era tessitura di sfida quel rigar che ‘l volto erodeva:
«L’inganno è arte e l’artista mio fa ‘l dipinto e la tela.
Se quelle bugie di silenti promesse il tempo le svela
l’arte mia è mentir di fino se al vel di lino poi si leva.
Han sete sol di scollature, non c’è dono che riceva
se ivi la mia non lo fosse: libagione a cui s’anela.
Per me cadon poi, com’eroi al singolar tenzone.
Di verità hai molto languir di comprar l’esclusiva!»
«Nessuno resta, è fatto chiaro» ridava lo specchio e saliva
sì tiepido, d’orgoglio ferito dàl celere schiaffone.
«Co le maschere e le moine compra il tempo della candela
ma son io che i cocci raccolgo, che ‘l viso rivela;
Brucia pure! Sei sol miraggio di clientela!»
fregiava lieve al cigliar d’una lacrima di mezzavela.
«Su, su! – svelta s’ammorbidiva
la diva madrina e in posa d’indovino –
«Tu sei colma d’amore e di sogni sorgiva.
Se l’amor sognato è cader giù e repentino
Amor è: se lui t’avvisa perfin dello scalino
Amor che sprona, t’ascolta e ti consola;
Amor, cos’è? È uomo o rubino?
La fiaba che vuoi è amor figuro!
Se ti giochi la Terra e ‘l gioco mondano
quella corsa allo Spazio tu la vinci, di sicuro!»
Con tal leggiadrìa or si levava che più non possa
di fragile vittoria – misero immolar di fragilità remossa
che un pezzo de lo vero à specchiar lasciava
a rifletter verità più di Norma, ch’istava:
«Il falso non dirlo d’avanzo, potente stella,
il tremolar ben chiaro si vede se più scura è la tela.
Son calde ancor le amare lenzuola? Quale prezzo à la candela?
Era gioiello? Era vanto? Era bugia d’illuso di gonnella?
L’estate sola è galante; resta e mai si gela.
È carezza d’altri che ivi delinque
se domani Agosto ne fa cinque».
Si voltava lesta costei, dipintrice d’invincibile,
sì che la crepa di un abisso or dipinto d’invisibile
tradiva cortese; nella voce un solco dava la spia:
«Il tempo è galantuomo, mia ragazza, suvvia!
Se l’incontro è tale, s’è unitasi alla magia
la donna è catena d’oro e l’uomo no
e se amor è che l’amato dia
lui muore un po’
e lieto sia».
«Lui
saldo vi sta
è corda col peso
che legando si tende, via va:
spezza le catene l’uomo non arreso»
fece l’altra di reso. «Truffa chiama inganno!
O forse d’uomo volevi il troppo morir? E vanno,
se la catena pesa. Di donna vissuta hai l’affanno
e ti vesti d’allegria; ma com’egli può esser grato
se tu gl’hai preso più di quanto io gl’ho dato?
Così Norma d’ardor s’infiammava
e di valida tempra sapeva, perché:
quella regina errante sol chiedeva il suo re.
«Se il destino c’ha gabbati fu per l’amore di re sbagliati.
S’è colpa la mia, dimmi: quei baci furon gemme di sogni rubati?»
stava Marilyn, le sue conserte e un quesito poneva:
«À lor chiedere di te chi si nascondeva?»
«Ma la donna ha paura, se donna sia,
che l’ombra sua delude e il desìo poi s’avvia.
S’anche io son la più temuta io temo l’esser svesta:
al cader di maschera, di porcellana o cartapesta»
Così seguitava di sensibil movenza lo specchio
che subito la gemella, à vezzo d’ironia:
«Temuta sì, ma più bella è pazzia!
Quant’opre in grazia di pianto
son di riflesso l’altre più dello rifranto?
E il candido esitar? Il genio e lo sbaglio?
Nessuna donna esser può, che donna sia
se alla sua diva quel tacco l’appende via!
Invidiano me, s’a quella corda lo vaglio:
sia d’arpa la sinfonia d’intaglio»
«E che resta del giorno s’al volto v’è un ritaglio?»
si doleva nei detrimenti suoi, all’occhi sola.
«La matita non segna d’arcobaleno il ventaglio
perché lo segno di confine non pone la donna alla femina;
poi che se la donna è vera e la femina è scaltra
è carezza di cipria ove l’una si principia e sfuma nell’altra!»
rispuondeva giocosa la compagna e s’affrettava:
«Di lui t’è la fame d’amor che della pace grava
fra me e te, a scioglier l’ammanto di nodi arcani
che l’amar t’è come à manto in sigillo del domani.
Ma l’enigma volta e gira: la mano prendi alla diva
e confida; se quel che vai errando vuoi ch’arriva»
L’udiva Norma rapita e pareva ancor più bambina
che le sagge d’una donna fan di donna una regina.
«Guarda la notte, cara mia!» or la diva s’era china
«Se ‘l brillar del nero trapunto non vole imitazione
quel riflesso della Dama è furto chiaro di ladrone.
Sorelle al chiaror, l’una mira d’astri lo splendor;
se d’altre si mira far la diva, fa tutte insicure»
e al viso reclino l’occhi tingeva d’avventure.
«Di verità brilli al bello donar ch’è vano ‘l brillìo
s’io brillo al brillar sei tu ‘l diamante mio»
e quel divino sospirar che le dive anima
era soffio di cipria allo specchio di una lacrima.
«Io per me, e ognuna per sé
è gloria d’incanto ch’io dono qui a te!»
E s’al rifranto era Norma che la goccia di una stella donava
al sorrider donna splendea d’altre amica, sorella e maestra,
perché sposa era e vestiva d’infinito; e mirando alla finestra
né uomo, re o rubino: la notte sposava – di una stella gemella
se perfino alla notte mancava
la sua stella più bella.