Home / Single Post
ALLERTA: SPOILER!
Nel film Disney, Quasimodo vive recluso nel campanile di Notre-Dame e trova compagnia in tre gargoyle antropomorfi — Victor, Hugo e Laverne — che sembrano animarsi per parlargli e confortarlo. A uno sguardo più attento, però, emerge un dubbio: sono davvero vivi o solo frutto della sua mente?
Come spesso accade nei film disney, si possono ravvisare più livelli di lettura: in questo caso, abbiamo un livello di superficie, adatto ai più piccoli – ed uno più crudo, amaro, che coinvolge il pubblico adulto.
Nel mondo del film non esistono altri elementi magici: nessun incantesimo, nessun miracolo – anzi, tra i film disney è quello più realistico. I gargoyle si animano soltanto quando Quasimodo è da solo e tornano di pietra appena arriva qualcuno. Questo suggerisce una lettura alternativa, più profonda e inquietante: i gargoyle non sono reali, ma allucinazioni. Più precisamente, sarebbero il frutto di un sistema psichico difensivo nato in risposta all’isolamento estremo in cui Quasimodo è cresciuto.
Solo due momenti sembrano contraddire questa ipotesi: una breve interazione di Laverne con la capretta di Esmeralda e la scena della battaglia finale, in cui i gargoyle “combattono” contro le guardie, durante i momenti concitati dell’assedio finale alla cattedrale. Nel primo caso si può parlare di semplice licenza narrativa (per l’esiguità dell’interazione); nel secondo, di una proiezione amplificata nella mente di Quasimodo, a causa dell’estrema condizione emotiva di quei momenti, mentre lui stesso difende l’edificio e la sua cara Esmeralda.
Il film alterna così due livelli di realtà: uno oggettivo, in cui le statue restano inanimate, e uno soggettivo, in cui lo spettatore entra nella psiche del protagonista, vivendo in prima persona la sua solitudine allucinata.
In questa prospettiva, Victor, Hugo e Laverne rappresentano una famiglia immaginaria:
Laverne, figura materna, protettiva e incoraggiante;
Victor, figura paterna, razionale e prudente;
Hugo, il fratello minore o il Sé infantile di Quasimodo, impulsivo e giocoso.
Si tratta della triade primaria archetipica (madre, padre, figlio), proiettata all’esterno come forma di compensazione affettiva.
In questo scambio di ruoli, Il Gobbo di Notre Dame rivela un realismo animato sorprendente, tanto nell’etica quanto nell’estetica.
Nel climax finale, il cuore puro di Quasimodo si incrina. Sul parapetto, mentre regge una stremata Esmeralda, Frollo tenta di colpirli con la spada ma perde l’equilibrio, aggrappandosi a un gargoyle che improvvisamente si anima. Lo spavento lo fa cadere nel vuoto.
Se le statue sono proiezioni del suo inconscio, è stato lui, in realtà, a spingere Frollo mentre stava appeso alla statua. Lo ha fatto per salvarsi, ma il gesto segna la perdita della sua innocenza: Quasimodo ha ucciso.
L’analisi dei presenti non lascia spazio ad altre interpretazioni: Febo è diversi piani più sotto ed Esmeralda lo sorregge. Solo Quasimodo, apparentemente svenuto, avrebbe potuto agire.
Il suo svenimento, però, è inspiegabile: non ha ferite gravi né segni di asfissia. È più plausibile leggerlo come uno svenimento isterico, una difesa inconscia descritta da Freud nelle sue pazienti affette da isteria nevrotica, in cui la mente, per proteggersi dal trauma, entra in uno stato alterato di coscienza. In questo modo, Quasimodo avrebbe agito automaticamente, senza piena consapevolezza, lasciando emergere la sua parte oscura, la sua “Tigre“.
Lo svenimento diventa così una tattica psicologica inconscia, tipica degli stati nevrotici più problematici, per non vedere il proprio atto omicida. È significativo, inoltre, che pochi istanti prima Frollo gli abbia rivelato di essere stato lui ad aver ucciso sia madre, quando era ancora in fasce. Una rabbia cieca e comprensibile. Per di più, lui e la stessa Esmeralda sono in pericolo di vita e non ci sono altri modi per sopravvivere.
Alla fine, i ruoli si ribaltano: il “mostro” Frollo si rivela umano nel suo crollo emotivo, e l’uomo Quasimodo diventa mostro, anche solo per un istante.
Le parole del cantastorie acquisiscono ora un nuovo significato: “Perché un uomo odia? Perché un mostro ama?” valgono per entrambi. Tutti e due amano, entrambi odiano, entrambi sono vittime della loro natura umana. Il Gobbo di Notre Dame diventa così un inno al disincanto: un’opera che dissolve il confine tra bene e male, mostro e uomo, e ci ricorda che la verità — come l’animo umano — abita sempre nel grigio.
Homo rerum future Home / Single Post Intro_ Homo rerum – dal Read More
Idi di Marzo Home / Single Post Preambolo Questo componimento è un Read More
Homo cyberneticus life Home / Single Post Nella Repubblica Popolare Cinese 🇨🇳 Read More
Metafisica della Ludopatia Enter Elevation Home / Single Post Da un articolo Read More
Accompagno le persone nel loro percorso di benessere, offrendo strumenti e strategie per comprendere e superare le difficoltà.
Copyright 2025 © All Right Reserved Design by Fourteen Web