1. Trinità, martirio e riflesso cristologico: il 3 e il 33
L’elemento trinitario del 3 è espresso nella struttura metrica (terzina) e nel numero totale dei versetti (33): nel primo caso, rappresenta la dimensione divina del Cristo, nel secondo quella terrena — contando gli anni di vita tradizionalmente fissati a trentatré. Dividendo 33 per 3, abbiamo 11 → 1+1, ovvero la specularità del dittico medesimo.
La figura di Gesù Cristo, come già anticipato, è il perno su cui si innesta l’interconnessione tra i due elementi poetici attraverso le tematiche del martirio, del tradimento e della morte violenta. In merito alla correlazione simbolica con Cesare, entrambi si auto-proclamano divinità, redentori e salvatori (di Roma e dei suoi costumi il primo, dell’umanità e della sua anima il secondo). Traditi da chi consideravano più vicino (Giuda e Bruto), nel caso di Cesare si tratta di un complotto ordito a sua insaputa, mentre Cristo è consapevole del suo ruolo di martire e agnello sacrificale. Il grande condottiero mostra il suo coraggio nell’attraversare il fiume Rubicone alla testa delle legioni, proclamandosi dictator perpetuus, in aperta sfida allo ius repubblicano. Cristo, in modo complementare, proclama la propria natura divina, infrange la Legge mosaica, rovescia i tavoli dei mercanti nel Tempio: entrambi sfidano l’autorità di Roma, ma uno è l’uomo che osa farsi dio, l’altro è il dio che osa farsi uomo. In entrambi, sopravvive la medesima consacrazione all’immortalità della fama, vissuti nell’arco di 77 anni l’uno dall’altro (11×7).
Il numero undici lo si ritrova anche nella data di morte di Giulio Cesare, il 44 a.C. (11×4). Qui, il numero quattro esprime esotericamente la materialità della terra:
- Quattro sono i poli dela croce cristiana.
- Quattro i punti cardinali, che delimitano lo spazio, e quattro le stagioni, che scandiscono il tempo.
- Quattro sono gli elementi (terra, aria, acqua, fuoco) — i pilastri del mondo visibile.
Mentre il 3 tende verso l’alto, il 4 chiude in basso, crea la croce, la solidificazione. Il passaggio dal 3 al 4 è, simbolicamente, l’incarnazione completa: l’uomo senza traccia del divino.
In questo asse maschile si innesta, per simmetria e complementarietà, la figura femminile nel suo rapporto con entrambi. Anch’essa è redentrice e salvatrice, poiché martire del suo stesso genere.
In origine e in ambito pagano, il termine martirio apparteneva al linguaggio giuridico: designava colui che, come testimone, garantiva la veridicità dei fatti e spesso prendeva le difese dell’accusato. Successivamente, il concetto si estese al piano filosofico, assumendo il valore di una testimonianza della verità — la coerenza fra pensiero e vita, anche di fronte alla morte. Solo più tardi, con l’avvento del cristianesimo, il martirio acquistò la sua accezione di testimonianza religiosa, in cui il credente attesta con la parola e con la vita — fino al sacrificio di sé — la verità della propria fede.
Qui si aggiunge un ulteriore passaggio: dal martirio della fede a quello sociale: la donna sconosciuta che redime una ferita collettiva, segno di una malattia odiosa e ripugnante. Inoltre, poiché un testo si converte nell’altro, la violenza di genere non vuole essere esclusiva di una sola parte, ma abbracciare il suo significato più ampio e, per farlo, richiama la dinamica uomo-carnefice / donna-vittima poiché è l’emblema iconico della sopraffazione del più debole da parte del più forte, in esplicito riferimento alla figura del servo sofferente cristico. Anche lei è coraggiosa: rivendica, nella sua ribellione, quella libertà di cui Cesare e Cristo furono portavoce, ma la esercita nel rapporto con il suo congiunto più vicino e, per questo, paga con la vita.