Idi di Marzo

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Preambolo

Questo componimento è un dittico poetico sul tradimento e sul martirio.
In entrambi i testi, il soggetto vive i suoi ultimi istanti in uno stato di lucida introspezione, sospeso in tempo psicologico, mentre il corpo viene trafitto dai colpi di lama di coltello. La coscienza si fa limpida, quasi separata dal dolore, e contempla la propria fine come un atto di rivelazione.
Ogni colpo che penetra la carne si trasforma in una goccia di pioggia allegorica, riflesso dei propri errori, delle mancanze e delle incomprensioni che hanno portato a quelle conseguenze. In ginocchio, si pente e si interroga sul motivo di quel tradimento subìto e sul senso ultimo dell’essere, mentre la realtà esterna si mescola con quella interiore, in un eterno presente dell’Io.
 
Il primo componimento, quello originario, parla con la voce di Caio Giulio Cesare, in Senato, durante l’assalto dei cospiratori; il secondo, che ne è derivato, ha la voce di una donna sconosciuta, mentre viene uccisa dal suo compagno.
La derivazione del secondo testo dal primo segue il principio del minimo cambiamento: come si può notare, nel testo non è presente alcun riferimento esplicito al cesaricidio (es: “Roma”, “Senato”, “Bruto”…), soltanto il titolo può far desumere il soggetto narrativo; l’effetto è che un celebre dramma, iconico per la sua riconoscibilità, dalle conseguenze epocali per la Storia mondiale, può trasformarsi facilmente di una delle numerose tragedie dimenticate, di donne senza nome né volto, ignorate dalla grande Storia. Il significato più importante di questo componimento, tuttavia, resta quello per cui un omicidio diventa femminicidio e viceversa, poiché il sangue non ha genere.
 
I cambiamenti minimi consistono in 9 lettere e una strofa, a rappresentare il valore della trinità nel suo valore esponenziale (3×3) e lineare (3), ovvero il Divino trascendente (9) e quello immanente, incarnato nella figura del Cristo (3). Quest’ultimo è un elemento invisibile ma centrale, ponendosi come emblema universale del martirio e del tradimento subito, il collante che permette l’equivalenza simbolica e il catalizzatore della caleidoscopica trasformazione dall’uno all’altro.
Per fornire il contesto a entrambi, il titolo assume un ruolo cardinale, poiché, come già detto senza di esso non c’è un soggetto narrativo identificabile: Idi di Marzo, che si riferisce inequivocabilmente alla morte del grande condottiero, diventa Idi di Morsa. La “z” si specchia e acquisisce linee più morbide, tipicamente femminili della “s”, mentre la “a” e la “o”, che in lingua italiana sono generalmente indicative del genere, si invertono all’interno della stessa parola. Così, i giorni di marzo diventano giorni di morsa, la trappola fatale che imprigiona la libertà e la vita stessa della donna, non lasciandole scampo.

Introduzione

La struttura metrica, rigorosa e ciclica, è composta da terzine di settenari e ottonari alternate ABA-BAB, in cui il ritmo serrato e armonico contrasta con il contenuto drammatico, creando una tensione continua tra misura, sublime e rarefazione del canto lirico da un lato e caos, crudezza e dramma decadente dall’altro.
Il registro linguistico unisce solennità e quotidianità, restituendo a entrambi i protagonisti — Cesare e la donna — una dignità universale, ma osservata da una prospettiva umana. In tal modo, Cesare non è più divus ma uomo, e la donna non è più simbolo ma presenza reale: entrambi acquisiscono un volto e un corpo.
 
Il doppio componimento si basa sulla tecnica dell’Ultrasemantica, in cui l’aspetto formale del testo coincide con la semantica — o del soggetto narrativo (interna) o della realtà esterna alla poesia stessa (iperbolica), oppure entrambi (quadridimensionale). Per approfondire la tecnica dell’Ultrasemantica, vedi “La Stella dell’Infinito / Analisi stilistica / Architettura Ultrasemantica: isomorfismo multidimensionale.
 
Nella sezione dedicata alla parafrasi, verrà analizzata la rima metrica; di seguito, dopo la poesia, sono evidenziate le corrispondenze tra l’aspetto formale del medium poetico (es: la struttura a terzina delle strofe, la sua natura doppia Idi di Marzo/Morsa, ecc.) e quello contenutistico (semantico, ovvero interno alla poesia, oppure ipertestuale, ovvero riferito a eventi storici o reali).

Idi di Marzo

Idi di Morsa

Piove, ch’è terso il cielo
Diluvia, ne conto cento
Sto carponi al pentimento

 

Ogni goccia è un donar
d’errore, che a stillar
v’è il tremore. Giù, quà, là

 

Piove d’invito. Chi
ancor mi fa restar? Dove
prendo il respir vital?

 

Un calcio. Un altro. Qual mio
sfregio moss’in voi tanto
spregio? Qui, sù, poi non più.

 

Mi conduce e sia luce!
Vedo pietra e folla or
vincer al vincitor!

 

Carne e sangue son’io ormai
se sangue e carne dai
per ella, sui colli ch’è bella.

 

Vili ascoltate! Che
capir voi non possiate? Or io,
a capir son restìo?
*
Quell’argento a me s’inchina
che la pietà confina
o nel sale si trascina?

 

E quegl’occhi, forse un dì
a morir d’amore qui
proprio tu, figlio mio?

 

Il respir m’offese, lama
o goccia al fianco mio
che il timore va con Dio

 

se gli occhi cala infin
con i miei nei suoi, io sto
gl’uni a chieder pace, l’altri no.
Piove, ch’è terso il cielo
Diluvia, ne conto cento
Sto carponi al pentimento

 

Ogni goccia è un donar
d’errore, che a stillar
v’è il tremore. Giù, quà, là

 

Piove d’invito. Chi
ancor mi fa restar? Dove
prendo il respir vital?

 

Un calcio. Un altro. Qual mio
sfregio moss’in te tanto
spregio? Qui, sù, poi non più.

 

Mi conduce e sia luce!
Vedo pietra e folle cuor
vincer al vincitor!

 

Carne e sangue son’io ormai
se sangue e carne dai
per ella, sul colle ch’è bella.

 

Caro, d’amor son rossa
Che la pena t’è rimossa?
È per me quella fossa?
*
Quell’angelo a me s’inchina
che la pietà confina
o nel sale si trascina?

 

E quegl’occhi, forse un dì
a morir d’amore qui
proprio tu, giglio mio?

 

Il respir m’offese, lama
o goccia al fianco mio
che il timore va con Dio

 

se gli occhi cala infin
con i miei nei suoi, io sto
gl’uni a chieder pace, l’altri no.

Ultrasemantica

1. Trinità, martirio e riflesso cristologico: il 3 e il 33

L’elemento trinitario del 3 è espresso nella struttura metrica (terzina) e nel numero totale dei versetti (33): nel primo caso, rappresenta la dimensione divina del Cristo, nel secondo quella terrena — contando gli anni di vita tradizionalmente fissati a trentatré. Dividendo 33 per 3, abbiamo 11 → 1+1, ovvero la specularità del dittico medesimo.
 
La figura di Gesù Cristo, come già anticipato, è il perno su cui si innesta l’interconnessione tra i due elementi poetici attraverso le tematiche del martirio, del tradimento e della morte violenta. In merito alla correlazione simbolica con Cesare, entrambi si auto-proclamano divinità, redentori e salvatori (di Roma e dei suoi costumi il primo, dell’umanità e della sua anima il secondo). Traditi da chi consideravano più vicino (Giuda e Bruto), nel caso di Cesare si tratta di un complotto ordito a sua insaputa, mentre Cristo è consapevole del suo ruolo di martire e agnello sacrificale. Il grande condottiero mostra il suo coraggio nell’attraversare il fiume Rubicone alla testa delle legioni, proclamandosi dictator perpetuus, in aperta sfida allo ius repubblicano. Cristo, in modo complementare, proclama la propria natura divina, infrange la Legge mosaica, rovescia i tavoli dei mercanti nel Tempio: entrambi sfidano l’autorità di Roma, ma uno è l’uomo che osa farsi dio, l’altro è il dio che osa farsi uomo. In entrambi, sopravvive la medesima consacrazione all’immortalità della fama, vissuti nell’arco di 77 anni l’uno dall’altro (11×7).
Il numero undici lo si ritrova anche nella data di morte di Giulio Cesare, il 44 a.C. (11×4). Qui, il numero quattro esprime esotericamente la materialità della terra:
  • Quattro sono i poli dela croce cristiana.
  • Quattro i punti cardinali, che delimitano lo spazio, e quattro le stagioni, che scandiscono il tempo.
  • Quattro sono gli elementi (terra, aria, acqua, fuoco) — i pilastri del mondo visibile.
 
Mentre il 3 tende verso l’alto, il 4 chiude in basso, crea la croce, la solidificazione. Il passaggio dal 3 al 4 è, simbolicamente, l’incarnazione completa: l’uomo senza traccia del divino.
In questo asse maschile si innesta, per simmetria e complementarietà, la figura femminile nel suo rapporto con entrambi. Anch’essa è redentrice e salvatrice, poiché martire del suo stesso genere.
In origine e in ambito pagano, il termine martirio apparteneva al linguaggio giuridico: designava colui che, come testimone, garantiva la veridicità dei fatti e spesso prendeva le difese dell’accusato. Successivamente, il concetto si estese al piano filosofico, assumendo il valore di una testimonianza della verità — la coerenza fra pensiero e vita, anche di fronte alla morte. Solo più tardi, con l’avvento del cristianesimo, il martirio acquistò la sua accezione di testimonianza religiosa, in cui il credente attesta con la parola e con la vita — fino al sacrificio di sé — la verità della propria fede.
 
Qui si aggiunge un ulteriore passaggio: dal martirio della fede a quello sociale: la donna sconosciuta che redime una ferita collettiva, segno di una malattia odiosa e ripugnante. Inoltre, poiché un testo si converte nell’altro, la violenza di genere non vuole essere esclusiva di una sola parte, ma abbracciare il suo significato più ampio e, per farlo, richiama la dinamica uomo-carnefice / donna-vittima poiché è l’emblema iconico della sopraffazione del più debole da parte del più forte, in esplicito riferimento alla figura del servo sofferente cristico. Anche lei è coraggiosa: rivendica, nella sua ribellione, quella libertà di cui Cesare e Cristo furono portavoce, ma la esercita nel rapporto con il suo congiunto più vicino e, per questo, paga con la vita.

2. Sequenze metriche: il significato di settenari, ottonari e novenari

La metrica presenta una sequenza ritmica di settenari e novenari alternati secondo lo schema 7-8-7 e 8-7-8: è il dialogo costante tra colui che viene ucciso (1) e il suo legame (2) con il traditore; si viene a creare una pulsazione vitale, un’alternanza nella tensione tra la vittima e il tradimento che simula il battito del cuore o il ritmo del respiro: il sentimento (cuore) ferito dall’atto vile e il colpo fatale (al fianco, a colpire i polmoni) inferto dall’assassino a entrambe le vittime — e allo stesso Cristo, in riferimento alla lancia di Longino.
Nel versetto 33, il componimento raggiunge la massima tensione drammatica e spirituale: l’incontro di due sguardi, quello della vittima e del suo carnefice. L’ambiguità è totale, poiché l’autore non rivela chi dei due sia a chiedere — o a rifiutare — la richiesta di pace. Questa sospensione è il vero sigillo dell’opera: un nodo irrisolto tra redenzione e condanna, fra umano e divino: “gl’uni a chieder pace, l’altri no”.
  • nel primo caso: è la vittima che perdona il traditore come atto finale di compassione e liberazione: riconosce l’umanità dell’altro e trova la sua pace. Il carnefice resta nel rancore, odiando fino all’ultimo la sua vittima.
  • nel secondo caso: è l’assassino che, forse come estremo atto di pentimento per quello che ha fatto, cerca negli occhi della vittima un perdono che non arriva.
In entrambi i casi, non c’è riconciliazione.
Il tema del rimorso, introdotto al versetto 3: “Sto carponi al pentimento”, trova quindi la sua chiusura, lasciando aperto l’interrogativo su chi perdona chi, mentre l’altro rifiuta.
I versetti 3 e 33 hanno una struttura anomala: invece di una combinazione di settenari e ottonari alternati, aggiungono il novenario, ovvero 7-8-9 / 7-8-9
7 – Il numero della rivelazione incompleta
Nella tradizione pitagorica e mistica pagana, il sette rappresenta la soglia, il punto di passaggio tra il mondo materiale (4) e quello spirituale (3). È la cifra del compimento imperfetto: l’uomo che cerca Dio, la tensione verso il divino, la Domanda che non trova Risposta.
8 – Il numero della rinascita
Nell’antichità e nella simbologia cristiana, l’otto è il numero della resurrezione e della trasfigurazione: dopo i sette giorni della creazione, l’ottavo è l’inizio del mondo nuovo. È la cifra del rinnovamento cosmico, dell’eterno ritorno, della continuità che si rigenera — per questo la pulsazione 7-8-7 / 8-7-8 richiama una frequenza vitale: la domanda dell’uomo trova risposta nella trasfigurazione divina: se il sette è la Domanda, l’otto è la Risposta.
9 – Il numero della totalità divina
Il nove, prodotto di 3×3, è la cifra del divino compiuto, della trinità moltiplicata per sé stessa che si esprime in potenza o gloria. È il numero universale — cristiano e pagano — del compimento perfetto: Cesare, il Cristo e la martire ignota diventano un solo archetipo trino del sacrificio. Per questo motivo, il 3° versetto e il 33esimo sono novenari: aprono e chiudono la ricerca del significato.
In sintesi, il gioco del 3 (7-8-9, Uomo celebre, Donna sconosciuta, il Cristo redentore) è un triangolo perfetto di riflessione teologica e antropologica: tre incarnazioni della stessa domanda sull’essere e sul tradimento.

3. Il baricentro 7.5: la genuflessione

Su un totale di undici strofe, il componimento trova il suo baricentro simbolico non a metà, ma tra la settima e l’ottava, cioè al punto 7,5.
È qui che avviene la svolta interiore: la settima terzina segna il culmine dell’introspezione, l’istante in cui la coscienza dei protagonisti si illumina di un’intuizione rivelatrice. L’ottava vede la comparsa, sulla scena, della figura del traditore. Nella donna, questa epifania coincide con la consapevolezza della vera natura dell’amore che la uccide: “È per me quella fossa?” La domanda ha trovato la sua risposta. Nell’uomo, invece, lo stesso momento diventa rovesciamento prospettico: “Or io / a capir son restìo?” rivela che non è stato lui, l’incompreso dai congiurati, ma che lui stesso non ha compreso le loro intenzioni, la magnitudine delle divergenze politiche e la misura del tradimento che lo circondava.
In entrambi i casi, il baricentro 7.5 rappresenta la soglia tra inconsapevolezza e rivelazione, e l’ottava strofa ne è un tassello indispensabile, perché solo nel momento della distruzione, della comparsa dell’oscurità, che l’essere rivela la propria essenza più alta:
 
  • L’uomo che si credeva un dio riscopre la propria mortalità grazie al tradimento del figlio, della cui lealtà non avrebbe mai dubitato, altrimenti.
  • La Donna comprende la profonda distorsione del suo legame con il compagno, rivelandogli la vera natura dell’amato stesso e dei sentimenti che lei stessa prova nei confornti di lui.
  • Cristo, infine, ha bisogno del tradimento di Giuda per realizzare il mistero della resurrezione: è solo attraverso la ferita che la fede si compie e si rivela nella sua pienezza.
 
Dividendo il numero totale delle strofe per il baricentro (11 ÷ 7.5 =1.4) si trova un valore dalla duplice simbologia:
  • da un lato rappresenta ⎷2, cifra del legame tradito.
  • dall’altro, corrisponde al Numero di Eulero e^0,33999, dove “e” è il numero trascendente che esprime la crescita infinita e il divenire, mentre 0,33999 rimanda alla trinità e alla sua gloria (3-9). In altre parole, 1.4 esprime il divenire come atto divino alla potenza trinitaria, luogo in cui la poesia si piega su sé stessa, come un corpo nell’atto dell’inginocchiarsi. Infatti, se viene disposta graficamente al centro della pagina, la poesia disegna la sagoma di un corpo-sudario: una figura distesa, in cui il baricentro (tra la settima e l’ottava terzina) corrisponde idealmente alla linea delle ginocchia, simbolo universale di sottomissione, resa e consapevolezza.
    • Nel caso di Cesare, l’inginocchiamento segna la resa pentita del potere al potere stesso, l’uomo-dio piegato dinanzi ai suoi assassini. La genuflessione è qui emblematico dell’impero che crolla su sé stesso.
    • Nel caso della Donna, rappresenta la resa dell’amore al potere della violenza: la caduta del corpo coincide con quella del sentimento, e la vittima crolla colpita due volte — al cuore e al corpo.
    • Nel caso di Cristo, invece, l’inginocchiamento diventa atto di regalità spirituale. È il gesto dei fedeli che si piegano alla verità dell’anima, in cui il “timor di Dio” mescola paura (del suo potere) e amore nei confronti della divinità.

3. Il baricentro 7.5: la genuflessione

Su un totale di undici strofe, il componimento trova il suo baricentro simbolico non a metà, ma tra la settima e l’ottava, cioè al punto 7,5.
È qui che avviene la svolta interiore: la settima terzina segna il culmine dell’introspezione, l’istante in cui la coscienza dei protagonisti si illumina di un’intuizione rivelatrice. L’ottava vede la comparsa, sulla scena, della figura del traditore. Nella donna, questa epifania coincide con la consapevolezza della vera natura dell’amore che la uccide: “È per me quella fossa?” La domanda ha trovato la sua risposta. Nell’uomo, invece, lo stesso momento diventa rovesciamento prospettico: “Or io / a capir son restìo?” rivela che non è stato lui, l’incompreso dai congiurati, ma che lui stesso non ha compreso le loro intenzioni, la magnitudine delle divergenze politiche e la misura del tradimento che lo circondava.
In entrambi i casi, il baricentro 7.5 rappresenta la soglia tra inconsapevolezza e rivelazione, e l’ottava strofa ne è un tassello indispensabile, perché solo nel momento della distruzione, della comparsa dell’oscurità, che l’essere rivela la propria essenza più alta:
  • L’uomo che si credeva un dio riscopre la propria mortalità grazie al tradimento del figlio, della cui lealtà non avrebbe mai dubitato, altrimenti.
  • La Donna comprende la profonda distorsione del suo legame con il compagno, rivelandogli la vera natura dell’amato stesso e dei sentimenti che lei stessa prova nei confornti di lui.
  • Cristo, infine, ha bisogno del tradimento di Giuda per realizzare il mistero della resurrezione: è solo attraverso la ferita che la fede si compie e si rivela nella sua pienezza.
 
Dividendo il numero totale delle strofe per il baricentro (11 ÷ 7.5 =1.4) si trova un valore dalla duplice simbologia:
  • da un lato rappresenta ⎷2, cifra del legame tradito.
  • dall’altro, corrisponde al Numero di Eulero e^0,33999, dove “e” è il numero trascendente che esprime la crescita infinita e il divenire, mentre 0,33999 rimanda alla trinità e alla sua gloria (3-9). In altre parole, 1.4 esprime il divenire come atto divino alla potenza trinitaria, luogo in cui la poesia si piega su sé stessa, come un corpo nell’atto dell’inginocchiarsi. Infatti, se viene disposta graficamente al centro della pagina, la poesia disegna la sagoma di un corpo-sudario: una figura distesa, in cui il baricentro (tra la settima e l’ottava terzina) corrisponde idealmente alla linea delle ginocchia, simbolo universale di sottomissione, resa e consapevolezza.
    • Nel caso di Cesare, l’inginocchiamento segna la resa pentita del potere al potere stesso, l’uomo-dio piegato dinanzi ai suoi assassini. La genuflessione è qui emblematico dell’impero che crolla su sé stesso.
    • Nel caso della Donna, rappresenta la resa dell’amore al potere della violenza: la caduta del corpo coincide con quella del sentimento, e la vittima crolla colpita due volte — al cuore e al corpo.
    • Nel caso di Cristo, invece, l’inginocchiamento diventa atto di regalità spirituale. È il gesto dei fedeli che si piegano alla verità dell’anima, in cui il “timor di Dio” mescola paura (del suo potere) e amore nei confronti della divinità.

5. La quinta strofa — Il numero 5 e la legge del contrappasso

La quinta terzina ha una simbologia particolarmente stratificata, compiendosi come il momento del contrappasso dantesco di Giulio Cesare, condensato nel celebre «Veni, vidi, vici».
Mi conduce” → Veni
Vedo pietra e folla or” → Vidi
“Vincer al vincitor” → Vici
Il condottiero che venne, vide e vinse, ora è condotto da altri (strattonato, trascinato), vede pietra e folla (in riferimento all’Anfiteatro Flavio, simbolo per eccellenza della brutalità di Roma sui cristiani e gli schiavi, che ora getta nell’arena il suo stesso princeps o pontifex maximus), e vince su di esso (vincere al vincitore di tante battaglie).
In aggiunta, la formula di contrappasso dantesco non esprime termini casuali, ma è pensata per sovrapporsi ad un chiasmo multiplo. Per comprenderlo al meglio, ad ogni figura è stato assegnato un colore: Giulio Cesare in porpora, la Donna in azzurro, il Cristo in oro. Come si può vedere, i riferimenti totali sono: 3 → Cesare, 3 → Donna, 6 → Divinità, in un bilanciamento simmetrico del divino e asimmetrico 2:1 per l’umano, per cui il soggetto di ogni poesia ha nella sua strofa la maggioranza dei riferimenti:

Idi di Marzo:

2 → Cesare, 1 → Donna

Mi conduce e sia luce!
Vedo pietra e folla or
vincer al vincitor!

Idi di Morsa:

1 → Cesare, 2 → Donna

Mi conduce e sia luce!
Vedo pietra e folle cuor
vincer al vincitor!
Primo versetto: “Mi conduce e sia luce!”
  • Mi conduce → Comandante, Dux, Caesar = Giulio Cesare
  • e sia luce! → Sia fatta la luce = Divinità (biblica)
 
Secondo versetto: “Vedo pietra…” → San Pietro, primo apostolo = Divinità (evangelica)
  • Idi di Marzo: “…e folla or” → Popolo, acclamatio popoli per il consolato = Giulio Cesare
  • Idi di Morsa: “…e folle cuor” → il cuore di un folle, il compagno violento = Donna
 
Terzo versetto: “vincer al vincitor!”
  • vincer → il Salvatore, Cristo che vince la morte = Divinità cristiana, con profezie bibliche attribuite, dalla cristianità, alla venuta del Cristo in anticipazione dei Vengeli.
  • al vincitor → vinc-itor → itor è assonante ad Hathor, divinità egizia (pagana) dell’Amore e della Rnascita = Donna
 
Questa dinamica si radica nel simbolismo del numero 5, che incarna, più di ogni altro, la condizione divina dell’Uomo come microcosmo e immagine del divino: Leonardo da Vinci ne codificò l’archetipo nell’Uomo Vitruviano, dove la geometria diventa incarnazione della misura dell’anima attraverso la quadratura (maschile → Cesare) del cerchio (femminile → Donna vittima). Nella tradizione pitagorica, il 5 = 2 (principio femminile) + 3 (principio maschile): è la coniunctio oppositorum, l’unione degli opposti che genera l’armonia e la vita, espressa qui in un chiasmo poetico che si sovrappone al contrappasso cristiano — ma in modo asimmetrico, coinvolgendo solo colui che deve pagare, ovvero lo spietato condottiero degli eserciti, e non l’archetipo dell’innocente.

Parafrasi e Analisi retorica

Strofa 1

Piove, ma il cielo è sereno
È un diluvio (di coltelli), un centinaio di colpi
Sono rannicchiato a terra, sulle ginocchia, e rimpiango le mie azioni
Piove, ch’è terso il cielo
Diluvia, ne conto cento
Sto carponi al pentimento

Spiegazione e commento

La scena apre la poesia con una contraddizione apparente: piove mentre il cielo è “terso”, cioè sereno.
Questa incoerenza meteorologica introduce l’allegoria: la pioggia è allegoria del sangue, ma anche della lama (le coltellate che cadono una dopo l’altra). Acqua, sangue e lama si fondono in un solo momento drammatico.
Il soggetto, prostrato a terra e sofferente, viene costretto dal dolore e dalla violenza a pentirsi delle sue azioni, sottomettendosi inevitabilmente.

Figure retoriche

  • Ossimoro: “Piove, ch’è terso il cielo” → contrappone pioggia e serenità, simbolo della contraddizione tra realtà esteriore e condizione interiore (la calma apparente e il dramma imminente).
  • Metafora: la pioggia come sangue e coltello → la pioggia assume una duplice valenza simbolica: da un lato è sangue, dall’altro è lama. Il parallelismo goccia-lama verrà ripreso nella decima terzina, dove si compie il nesso simbolico per cui ogni goccia — e quindi ogni colpo — è un “dono d’errore”: ciascuna ferita rappresenta il risultato degli sbagli che i protagonisti riconoscono come causa del proprio destino.
  • Anadiplosi implicita: “Piove… Diluvia” → la seconda frase riprende e intensifica la prima, trasformando la pioggia leggera in un diluvio violento: progressione drammatica (figura di climax).
  • Enumerazione (“ne conto cento”) → esprime la molteplicità dei colpi ricevuti, ma anche la meccanicità dell’azione (spersonalizzazione della violenza).
  • Metonimia: “Sto carponi” → il gesto fisico rappresenta la condizione spirituale: la prostrazione del corpo diventa immagine dell’umiliazione interiore.

Strofa 2

Ogni goccia è un dono
degli errori (commessi), così che a stillare
è il tremore (della morte). Seguono onomatopee gestuali dei colpi inferti
Ogni goccia è un donar
d’errore, che a stillar
v’è il tremore. Giù, quà, là

Spiegazione e commento

Il dolore si fa introspezione.
Ogni goccia — ancora pioggia, ma ora interiorizzata — è la materializzazione dei propri errori, come se il sangue stesso fosse la penitenza che il corpo versa per espiare le proprie colpe. L’atto fisico della ferita (“a stillar”) diventa atto morale e spirituale. Il tremore, segno del corpo in agonia, è anche quello dell’anima che riconosce il momento della fine — il tremore della morte.
Le parole finali “Giù, quà, là” scandiscono il ritmo delle coltellate: direzioni confuse, colpi ovunque, ma anche cadute progressive della coscienza.

Figure retoriche

  • Metafora“goccia” come coltellata e colpa: ogni goccia rappresenta sia la ferita fisica che l’errore.
  • Personificazione“v’è il tremore”: il tremore diventa soggetto agente, come se fosse una presenza viva che sgorga dalle ferite.
  • Epifora“Giù, quà, là”: ripetizione ritmica che imita il suono e la caduta delle gocce, ma anche la successione dei colpi.
  • Onomatopea interna → le brevi sillabe chiuse “Giù, quà, là” restituiscono il ritmo sincopato e violento della scena.
  • Sospensione Coreofonica di interruzione → enjambement che frammenta il dialogo interno di una sola frase. Ultrasemantica interna.

Strofa 3

La pioggia dei colpi è provocata dai miei errori, come un lugubre invito.
Quale forza ultraterrena mi tiene agganciato alla vita?
Da dove prendo la forza di respirare ancora?
Piove d’invito. Chi
ancor mi fa restar? Dove
prendo il respir vital?

Spiegazione e commento

Il tono diventa interrogativo e affannoso. L’“invito” della pioggia è ironico: non è un dono gradito. Il soggetto si interroga sulla resistenza del suo corpo, straziato dai fendenti, che riesce ancora a respirare. Si tratta di una constatazione che apre alla possibilità, alla sua coscienza sospesa nel tempo, di avere ancora il tempo di riflettere. Si tratta di una giustificazione poetica del tempo psicologico in cui si trova il protagonista.

Figure retoriche

  • Antitesi implicitapiove / vital: l’azione distruttiva (piove) contrapposta alla ricerca della vita.
  • Antifrasi → “Piove d’invito”: l’invito, apparentemente benevolo, è quello della morte.
  • Interrogazioni retoriche → domande senza risposta che rappresentano l’angoscia e la perdita di senso.
  • Allitterazione → ripetizione di r e v (“restar”, “respir”, “vital”) che riproduce un ansimare affannoso.
  • Sospensione Coreofonica di interruzione “Dove / prendo il respir vital?” “Chi / ancor mi fa restar?” doppio enjambement che spezza il respiro stesso della frase: il ritmo sincopato e interrotto imita l’affanno, il rantolo della vittima che tenta di respirare. Ultrasemantica interna.

Strofa 4

Ricevo un calcio, poi un’altro.
Cosa ho fatto per meritare un odio simile?
Le coltellate continuano, fino a fermarsi definitivamente.
Un calcio. Un altro. Qual mio
sfregio moss’in voi tanto
spregio? Qui, sù, poi non più.
Un calcio. Un altro. Qual mio
sfregio moss’in te tanto
spregio? Qui, sù, poi non più.

Spiegazione e commento

La scena si incarna nella violenza fisica. I colpi sono ora diretti, materiali, privi di mediazione simbolica. Il soggetto, ormai sanguinante, cerca ancora una spiegazione: quale offesa (“sfregio”) ha provocato tanto odio? Il ritmo franto, scandito da frasi brevi e punti fermi, riproduce la discontinuità percettiva tra un colpo e l’altro. L’uso del verbo “muovere” al passato (moss’in) remoto indica l’assenza di tempo, come se il protagonista si rivolgesse al suo interlocutore ricordando quegli eventi

Figure retoriche

  • Anafora“Un… Un…”: rafforza la brutalità della sequenza dei colpi.
  • Paronomasiasfregio / spregio: somiglianza fonetica con significato opposto che richiama lo scambio emotivo fra vittima e carnefice.
  • Climax ascendentesfregio → spregio → non più: l’intensità cresce fino alla cessazione vitale.
  • Antitesi finale“qui, sù, poi non più”: opposizione spaziale e temporale per esprimere la morte.
  • Ellissi → omissione del soggetto e del verbo finale (“poi non più”) indica l’imminenza della morte.
  • Sospensione Coreofonica di interruzione → “Qual mio / sfregio moss’in voi tanto / spregio?”: enjambement a doppia cesura che spezza la frase in due; l’affanno aumenta ancora di più con una domanda esistenziale, prima dell’ultimo respiro. Ultrasemantica interna.

Strofa 5

Qualcuno mi trascina, ribaltandomi sulla schiena. Con lo sguardo rivolto in alto,
la luce mi illumina il volto. Vedo le pareti di pietra del Senato e le sagome indistinte
di una folla, attorno a me, vittoriosa su di me, che sono il vincitore di tante battaglie.
Mi conduce e sia luce!
Vedo pietra e folla or
vincer al vincitor!
Lui mi trascina, ribaltandomi sulla schiena. Con lo sguardo rivolto in alto,
la luce mi illumina il volto. Vedo le pareti della nostra dimora e lui stesso, impazzito dal dolore
che si erge vittorioso su di me, che sentivo di aver vinto al gioco della vita, perché ero così felice.
Mi conduce e sia luce!
Vedo pietra e folle cuor
vincer al vincitor!

Spiegazione e commento

Il momento del contrappasso. Cesare, il Dux, non conduce più ma viene condotto; il tono solenne (“e sia luce!”) eleva l’istante della morte a epifania. “Pietra e folla” alludono al Colosseo della Roma eterna, teatro di violenza e gloria per entonomasia. Il verso conclusivo rovescia la formula trionfale veni, vidi, vici in una sconfitta divina.
Nella vittima ignota, la folla è convertita in “cuore folle” e viene riconosciuta la sua vittoria di brutalità, odio e possesso.

Figure retoriche

  • Anastrofe biblica“e sia luce” richiama la Genesi (“fiat lux”), trasfigurando la morte in epifania.
  • Antitesiluce / pietra: spirito e materia, illuminazione e brutalità.
  • Metonimia → “pietra e folla” = Roma, la civiltà, l’umanità intera come giudice.
  • Chiasmo semantico“mi conduce / vincer al vincitor”: chi comandava ora è condotto; chi vinceva ora è vinto.

Strofa 6

Sono ridotto ormai ad un corpo grondante di sangue
se tanto sangue (guerra) versai,
per il futuro di Roma, così bella sui colli
Carne e sangue son’io ormai
se sangue e carne dai
per ella, sui colli ch’è bella.
Sono ridotta ormai ad un corpo grondante di sangue
se tanto sangue (fatica e speranze) versai,
per il futuro della nostra famiglia, così bella sul colle
Carne e sangue son’io ormai
se sangue e carne dai
per ella, sul colle ch’è bella.

Spiegazione e commento

Qui la vittima riconosce la propria umanità: la carne e il sangue come materia viva, ma anche come sacrificio. “Ella sui colli ch’è bella” richiama Roma o, nella versione femminile, la donna amata. L’atto di dare e ricevere sangue diventa una comunione violenta. Il verso ha un significato diverso per ognuno dei protagonisti: per Cesare, è restituzione e punizione — il condottiero che ha versato sangue ora diventa egli stesso sacrificio umano — la Strofa 5 rappresenta il vero contrappasso, mentre qui viene esplicitato nel come; per la Donna, è un contrappasso solo simbolico — non espia una colpa, ma paga con la vita l’amore, le speranze e la dedizione donate per la famiglia, rappresentata dall’immagine biblica della Città sulla collina come estensione semantica, a cui dona “sangue e carne” — ovvero tutto ciò che ha.

Figure retoriche

  • Parallelismo e inversione (chiasmo)carne e sangue / sangue e carne: equilibrio e contrappasso.
  • Allusione biblica“sui colli ch’è bella” (Gerusalemme / Roma): riferimento alla Città per antonomasia, con i sette colli a riprendere la città sulla collina (Sion)
  • Antitesi simbolica → il corpo donato per amore e il sangue versato per violenza.
  • Metafora e sineddochecarne e sangue per “umanità” e “vita”.
  • Sospensione Coreofonica: → la ripetizione liquida (“ella / colle-colli / bella”) crea un effetto fonosimbolico di dolcezza e malinconia, quasi un mormorio sommesso che accompagna l’eco della memoria. Si tratta di Ultrasemantica interna, dove il suono fluido della L imita la carezza dell’ultimo pensiero d’amore, rivolto alla sua Roma per Cesare e alla sua famiglia per la Donna.

Strofa 7

Vigliacchi, ascoltatemi! Possibile
che non capite cosa ho fatto per tutti noi? O forse,
sono io che non ho mai compreso le vostre ragioni?
Vili ascoltate! Che
capir voi non possiate? Or io,
a capir son restìo?
Caro, sono rossa di sangue (è questo il tuo amore?
Non provi pietà per me?
Hai deciso di uccidermi e gettarmi in quella fossa?
Caro, d’amor son rossa
Che la pena t’è rimossa?
È per me quella fossa?

Spiegazione e commento

È la terzina del rovesciamento morale.
L’Io lirico, in un ultimo atto di coscienza, si rivolge ai suoi carnefici (“Vili ascoltate!”), ma subito la rabbia si trasforma in dubbio. Non è più chiaro chi non abbia compreso chi: i traditori o il tradito, l’assassino o la vittima. Questo scambio di ruoli fa collassare la certezza etica e apre alla domanda ontologica del poema — il confine tra colpa e innocenza.

Figure retoriche

  • Apostrofe“Vili ascoltate!”: invettiva diretta ai traditori.
  • Antitesi logicavoi non capite / io non capisco: rovesciamento dell’accusa nel dubbio interiore.
  • Interrogazione retorica → costruisce la tensione del dilemma morale.
  • Apostrofe paradossale“Caro”: la vittima si rivolge direttamente al suo assassino, in un tono paradossale di intimità affettiva nel momento della morte. L’apostrofe crea una tensione tragica tra amore e terrore, tipica del linguaggio drammatico che rivela la grandezza del tradimento.
  • Metafora cromatica“d’amor son rossa”: il rosso è simbolo dell’amore ma anche del sangue: l’identificazione dei due suggerisce la confusione tra sentimento e ferita, eros e thanatos, amore e morte.
  • Antitesi / Ossimoro“d’amor son rossa” vs “pena rimossa”: alla passione (rossa) si contrappone l’idea di liberazione dalla pena: due poli opposti — dolore e sollievo.
  • Interrogazioni retoriche → le due domande successive (“Che la pena…?”, “È per me…?”) scandiscono un crescendo di consapevolezza: prima la supplica, poi la drammatica consapevolezza.
  • Allitterazionepena / rimossa / fossa: La ripetizione del suono -ssa crea un’eco cupa, circolare, quasi un risucchio fonico che richiama la discesa verso la tomba.

Strofa 8

Lui (Bruto) si abbassa a fianco a me, stringendo il coltello dai riflessi d’argento
e forse, dentro di sé conserva la pietà
oppure il suo spirito è arido come il sale?
Quell’argento a me s’inchina
che la pietà confina
o nel sale si trascina?
Lui, angelo della morte, si abbassa a fianco a me
e forse, dentro di sé conserva la pietà
oppure il suo spirito è arido come il sale?
Quell’angelo a me s’inchina
che la pietà confina
o nel sale si trascina?

Spiegazione e commento

La scena si trasfigura: il metallo del coltello (“argento”) assume valore simbolico: il legame prezioso che aveva con il giovane Bruto. L’“angelo della morte” si piega sulla vittima, ma senza pietà. Il “sale” è quello delle lacrime che si confondono col sangue. La vittima si interroga: c’è ancora pietà in lui, oppure il suo animo si trascina nell’aridità del rancore?

Figure retoriche

  • Metonimia“argento” come lama del coltello o lacrima; doppia lettura di bellezza e morte, per descrivere il traditore.
  • Anifrasi“angelo” come angelo della morte, esprime un’amaro sarcasmo
  • Antitesipietà / sale: compassione e dolore (le lacrime come sale).
  • Interrogazione sospesa → tono mistico, tra dubbio e resa.
  • Sinestesia → “la pietà confina / o nel sale si trascina”: vista, gusto e dolore si fondono.
  • Allitterazione in “s” → effetto sibilante, serpentino, legato alla colpa e al peccato.

Strofa 9

I suoi occhi, speravo che un giorno
mi guardassero con affetto (di un vero figlio)
proprio tu mi hai tradito, figlio mio?
E quegl’occhi, forse un dì
a morir d’amore qui
proprio tu, figlio mio?
I suoi occhi, speravo che un giorno
mi guardassero con amore
proprio tu mi hai tradito, amore mio?
E quegl’occhi, forse un dì
a morir d’amore qui
proprio tu, giglio mio?

Spiegazione e commento

Il momento più intimo del poema.
La vittima riconosce nell’assassino qualcuno che amava — il figlio, l’amato — e la rivelazione amplifica la tragedia. “Morir d’amore” è ossimoro assoluto: l’amore che uccide. Inoltre, l’antitesi si estende all’immagine degli occhi che vanno a “morire d’amore nei suoi”, metafora dello sguardo che avrebbe voluto specchiarsi nell’altro per trovarvi amore e salvezza — ma vi trova invece la morte.

Figure retoriche

  • Apostrofe affettiva“figlio mio”: riferimento diretto a Bruto.
  • Antifrasi simbolico-sacrale → “figlio” cambia una sola lettera e diventa “giglio”, rovescia il valore di purezza e innocenza del Lilum, fiore sacro alla Vergine Maria, applicandolo al carnefice in una lugubre consapevolezza che unisce “caro/angeo/giglio” come antifrasi nei confronti del carnefice amato.
  • Antitesimorir d’amore / morir di lama: eros e thanatos si fondono.
  • Anastrofe → inversione dell’ordine logico per enfatizzare “morir d’amore”.
  • Metonimiaocchi per “sguardo” o “anima”: il contatto empatico finale.

Strofa 10

Mi colpisce al fianco, lama
o goccia, mentre il respiro si fa più difficile
tanto che anche la paura sembra ormai svanire
Il respir m’offese, lama
o goccia al fianco mio
che il timore va con Dio

Spiegazione e commento

Il colpo finale. La lama è ora confusa con la goccia, il sangue con la pioggia e l’allegoria viene esplicitata. “Il respir m’offese” — Il timore va con Dio” suggella il passaggio dalla vita alla dimensione spirituale: il corpo muore e anche la paura si dissolve nell’assoluto. Secondo uso del verbo al passato remoto (m’offese) per indicare la gravitas del colpo fatale, come narrazione memorabile dell’evento all’interlocutore, ovvero il lettore.

Figure retoriche

  • Metaforalama o goccia: equivalenza fra colpo fisico e colpa morale.
  • Metonimia → “fianco” = sede della ferita (richiamo diretto alla lancia di Longino)
  • Antitesi sacratimore / Dio: la paura diventa fede.
  • Enjambement a doppia cesura → lama / o goccia” “al fianco mio / che il timore”: l’ultimo colpo strozza ancora di più il fiato 
  • Allitterazione in “l” e “m” → suono dolente e scivoloso, che riproduce l’agonia, ma anche l’abbandono nel suono marbido, come una regressione infantile nel momento della morte.
  • Endiadilama o goccia: due immagini unite per un unico concetto (ferita).

Strofa 11

se il mio sguardo sta calando, perché mi avvicino ad esalare
l’ultimo respiro, incrocio i suoi occhi;
uno dei due cerca la pace, ma dall’altro non proviene alcuna risposta
se gli occhi cala infin
con i miei nei suoi, io sto
gl’uni a chieder pace, l’altri no.

Spiegazione e commento

L’apice drammatico. Gli sguardi della vittima e del carnefice si incrociano: non è più chiaro chi perdoni e chi rifiuti la pace. Il gesto di chiudere gli occhi (“cala infin”) coincide con il trapasso e con l’accettazione finale. Il verso sospeso “gl’uni a chieder pace, l’altri no” lascia aperta l’ambiguità: vittima e assassino si fondono in un solo destino di incomprensione eterna, e il componimento lascia un ultimo, importante messaggio: non ci può essere serenità nel gesto violento, comunque la si veda.

Figure retoriche

  • Antitesi centralegl’uni / l’altri: il perdono negato contrapposto al perdono concesso.
  • Ambiguità semantica (bifocale) → impossibilità di distinguere chi dei due cerca pace: vittima o carnefice.
  • Simmetria conclusiva → richiama l’equilibrio di tutta la composizione (1 ↔ 2, domanda ↔ risposta).
  • Allitterazione in “s”, “f” e “l” → tono sommesso e finale di chiusura, simile a un ultimo, delicato respiro.

© Damiano Maccarri, Idi di Marzo — first published November 5, 2025. All rights reserved.

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